lunedì 26 maggio 2014

La Puglia nel piatto: pasta a bandiera...version one!

Sono quasi cinque anni che vivo con Calabrese e di piatti regionali pugliesi ne ho assaggiati diversi: pancotto e purea di fave e cicoria su tutte. Oggi si infrange un altro tabù: la pasta a bandiera con pomodorini, rucola e ricotta salata. Esistono diverse versioni di questo piatto; un altro, ad esempio, più invernale, prevede le patate al posto della ricotta salata. Nonostante Vale mi abbia più volte promesso di farmela assaggiare, non lo ha mai fatta. Qualche settimana fa, in occasione della comunione del nipote, ho potuto provare questa famosa pasta e, deliziato, ho deciso di riproporla. Facile da fare, dai gusti decisi e ben accostati, è il piatto giusto per il 2 Giugno. Ecco la pasta a bandiera del Panda...




Ingredienti per 4 persone:
  1. 500 g di cortecce;
  2. 500 g pomodorini (ciliegini o datterini a scelta);
  3. 200 g di rucola (preferibilmente selavatica);
  4. ricotta salata qb;
  5. olio evo qb;
  6. 2 teste di aglio in camicia

La preparazione è molto semplice. Lavate, mondate e dividete a due o quattro pezzi, in base alla grandezza, i pomodorini. 

Cuoceteli con olio ed aglio fino a che si sfaldano, creando un delizioso sughetto. Con coperchio ci vorranno circa 10 minuti.

Sempre con il coperchio, fate andare a fuoco abbastanza sostenuto per altri cinque minuti, affinchè i pomodori si caramellino rendendo il sugo molto dolce. 

Calate, in abbondante acqua salata, la pasta. Mentre le cortecce cuociono, lavate e tagliate la rucola.

Scolate la pasta e trasferitela con pochissima acqua di cottura, nel sugo, aggiungendo la rucola. 

Mescolate per far amalgamare il tutto. Fuori dal fuoco, mantecate con un giro di olio evo.

Impiattate e terminate con una grattugiata di ricotta salata ed il gioco è fatto.



Risultato: la dolcezza del pomodoro contrasta benissimo con il sapore sapido del formaggio. La rucola dona croccantezza e freschezza alla preparazione.



Le cortecce sono un tipico formato di pasta pugliese preparata con acqua e farina; non sono altro che orecchiette più lunghe ed arrotolate.

Buon Appetito

lunedì 12 maggio 2014

Il Panino da spiaggia: melanzane, petto di pollo, zenzero e glassa di balsamico...leggero e nutriente...

Con l'inizio della bella stagione, le scampagnate diventano l'opzione principale per trascorrere la domenica all'aria aperta. Una sorta di reciproco con le domeniche invernali al centro commerciale; con la differenza che, a campionato concluso, non litigherete con il vostro partner che vuole vedere il calcio. A Roma, le scampagnate si declinano come "domeniche in Villa", dato il grande numero di spazi verdi della Capitale. Tra poche settimane, poi, inizieranno le file kilometriche sulle consolari per raggiungere le località di mare. La filmografia neorealista degli anni '70 ha dato un'immagine del romano in spiaggia, ormai - e per fortuna aggiungo io - decaduta. Non ho memoria, infatti, di famiglie panzute riunite intorno a borse termiche nell'intento di strafogarsi di frittata di pasta, pollo con i peperoni ed, immancabile, fettine di cocomero (anguria per chi legge da fuori il GRA). Se a tutto questo, infine, aggiungiamo che la temperatura o, come dicono quelli bravi, la colonnina di mercurio, sta rapidamente crescendo, è facile intuire come sulle tavole di tutti noi trovino posto frutta, verdura o comunque portate light in luogo di tutti quei piatti formaggiosi e buonissimi che ci hanno accompagnato per tutto l'inverno. Il forno, ormai, lavora pochissimo in casa Clemè&Calabrè. In compenso, la soluzione panino sta prendendo piede. Nel mio blog troverete diverse proproste di panino. Più di qualcuno mi ha anche detto che apprezzava in modo particolare questo tipo di post. Ecco, quindi, che oggi vi presento il panino da spiaggia. Questo panino è dedicato ad una collega blogger, Ely, con cui ho instaurato un buonissimo rapporto. Nelle mail che ci scambiavamo mi diceva sempre: "Panda, mi fai un panino che possa mangiare anche io". La nostra Ely, purtroppo, ha diverse intolleranze alimentari ed ogni volta che vedeva un mio panino mi scriveva: "MHHHH che buono...se solo potessi mangiarlo...però se togliessi questo ingrediente potrei anche...devo provarci". Venerdì scorso le ho scritto chiedendole quali cose non potesse mangiare e, devo ammettere, trovare un compromesso tra il gusto e la salute non è stato facile (d'altronde...ma quando mai lo è...a Roma c'è un proverbio che dice: "quello che non strozza ingrassa"). Alla fine, però, il risultato è molto buono. Un buon compromesso. Conoscendola un pò, e dovendole "cucire" ad hoc un panino, mi sono fermato a pensare, sempre tenendo fermi i vincoli alimentari, quali fossero gli ingredienti giusti. Poi, finalmente ho deciso: melanzane (dedicato alla provenienza del compagno...che probabilmente le chiama mulagnane") ed una carne bianca (che dalle sue parti spopola): il petto di pollo. Ho aggiunto un tocco che facesse riferimento anche a me...la mentuccia...tipica romana. Dal momento che Ely è la mia spacciatrice personale di spezie ed erbe aromatiche, ho voluto ricambiare. Restava la scelta del panino. Mica 'na cosa da poco. Lei mi ha detto che forse anche i lieviti le danno fastidio, quindi, avevo pensato al pane azimo...ma vedendolo era possibile da farcire. Mi sono mantenuto con un basso quantitativo di lievito...visto che ancora non è sicuro che non possa mangiarli e mi sono detto: pane arabo. Infine, per dare ulteriore gusto ho scelto lo zenzero e la glassa di balsamico. Risultato? Leggero, nutriente, di gusto, buono per la spiaggia e per te...Ely...ecco il "tuo" panino...
























Ingredienti per 2 panini (mica ce vorete annà soli in spiaggia):
  1. 2 panini arabi;
  2. 1 melanzana;
  3. 100 g di petto di pollo;
  4. mentuccia qb;
  5. zenzero qb;
  6. glassa di balsamico qb;
  7. olio evo;
  8. sale;
  9. aglio;
  10. prezzemolo fresco;
  11. zenzero

Affettate la melanzane a dischi di 2 mm mentre la piastra scalda. 

Una volta raggiunta la temperatura, grigliate le melanzane, da entrambi i lati. Devono scurirsi, ma non troppo. Per spessore di 2 mm, un paio di min per lato sono sufficienti; poi, al solito, regolatevi a sentimento (buon senso).

Mentre grigliate, preparate un vassoio vicino a voi in modo tale da poterci porre le melanzane e condirle con olio evo, aglio, sale e prezzemolo tritato. Potete stratificare le melanzane. Anzi, ve lo consiglio vivamente, per far sì che si insaporiscano da entrambi i lati.

Nella stessa piastra, cuocete il petto di pollo; in modo da far mescolare i sapori, ottimizzando il numero di stoviglie.

Una volta grigliato tutto, siete pronti per montare il panino. 

Affettate il pane arabo e scaldate la base, rivolta con la mollica verso il basso, sempre sulla solita piastra. Partite, quindi, con uno strato di melanzane, qualche foglie di mentuccia ed il petto di pollo. Proseguite con una grattugiata di zenzero, altro strato di melanzane e chiudete con la glassa di balsamico. In questo modo, il petto di pollo sarà insaporito da entrambi i lati e le melanzane, umide, eviteranno che si secchi.

Ora la chiusura: copritelo con l'altra metà di pane, schiacciate con il palmo della mano e via. Stagnola e borsa termica direzione mare. Stagnola è piatto sulla tavola di Ely&Isy.
























Buon Appetito

venerdì 9 maggio 2014

Guerriglia urbana a Roma per la finale di Coppa Italia...considerazioni sparse ed un'unica domanda: perchè?

E' passata una settimana dalla guerriglia urbana che, in occasione della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina,  ha visto la città di Roma trasformarsi in terra di conquista per criminali travestiti da tifosi. Uno scenario degno delle immagini che ogni giorno ci riportano a teatri di guerra mediorientali. Diverse fazioni di persone incappucciate che  si fronteggiavano con lancio di bombe carta, pietre, e qualsiasi altro mezzo di offesa utile ad avere la meglio sugli "avversari". Stavolta, però, si è andati ben oltre: sono volati proiettili e quasi ci scappa il morto (cosa per altro, purtroppo, che al momento, ancora non può essere esclusa). In questi sette giorni, come sempre capita in occasioni del genere, le massime cariche delle istituzioni sportive e politiche si sono rese protagonisti sui media di dichiarazioni di sdegno sull'accaduto, promettendo, peraltro, l'adozione di misure restrittive ed esemplari volte alla soluzione di questi episodi. A valle di tutto ciò, ed a mente fredda, vorrei condividere con Voi tutti, il mio punto di vista. Il punto di vista di un semplice cittadino, appassionato di sport (tifoso laziale) che non fa parte di alcun gruppo di tifosi organizzati (non che ci fosse nulla di male) e che per questi episodi, e per tutta una serie di ragioni accessorie, si è allontanato dal vivere questo sport con passione.

Clicca sulla foto per conoscere meglio Genny 'a carogna...diventato l'icona dei rapporti calcio-istituzioni del pre-partita di sabato scorso(Immagine: courtesy of Il fatto quotidiano)

Criminalità e non sport. Chi, come me, ha frequentato lo stadio ed ha respirato, per anni, aria di curva, sa bene che gli episodi di sabato nulla c'entrano con il tifo, neanche nella sua accezione più violenta. La storia ci insegna che i tifosi si affrontano a mani nude, al limite, se consideriamo attacchi vili, con armi bianche, mai con armi da fuoco. Questo ci deve indurre a considerare l'accaduto come un fatto di criminalità "comune" e non a registrarlo come un episodio connesso al calcio. Anche quando i protagonisti sono esponenti delle tifoserie. La differenza non è formale ma sostanziale. Sembra, infatti, che lo stadio sia diventato uno "scontificio" rispetto allo stessa azione svolta in un contesto diverso. Un esempio sciocco: una rissa al cinema verrebbe rubricata come rissa e quindi con tutte le conseguenze del caso. Perchè la stessa rissa, ma allo stadio, viene giudicata in modo difforme? Perchè alla stessa azione corrispondono due conseguenze diverse? Allora estendiamo il Daspo ovunque. Allontaniamo le persone dal luogo dove si è svolta la rissa. Fai una rissa al ristorante? Bene, per 5 anni non entri più in nessun ristorante. Vi sembra una cosa sensata? A me affatto! Quindi, partendo dal presupposto - magari sbagliato - che è la logica a comandare le azioni, mi vien da pensare che non si voglia risolvere questo problema. E mi chiedo: perchè? 

Cui Protest? Uno Stato, nel senso più ampio del termine, deve essere più forte di qualsiasi altra organizzazione voglia creare scompiglio al suo interno, magari per perseguire interessi privati, e garantire la sicurezza ai suo cittadini. Se non lo è, c'è qualcosa che non va. Io credo che tutti gli stati lo siano; quando, però, ciò non accade e si lascia spazio a spettacoli da far west di quart'ordine come quello di sabato scorso, allora mi torna in mente la domandina magica di cui sopra: perchè? Se si volesse risolvere, si potrebbe fare. Certo bisognerebbe prendere dei provvedimenti, in tema di struttura adeguate e leggi ad hoc, ma se mai si comincia, mai si arriverà ad un cambiamento. Ed allora siamo sicuri che i nostri governanti vogliano realmente intervenire con decisione? E se no, perchè?  In altri Paesi, vedi Olanda ed Inghilterra, in cui dovevano fronteggiare gli hooligans, il problema ora è risolto. La differenza tra noi e loro? La decisione nel trasformare le dichiarazioni in azioni e, soprattutto, la certezza della pena. In Inghilterra è noto che ad ogni azione, corrisponde una reazione, che puntualmente si verifica. Bisogna avere credibilità e non minacciare e poi, passata la bufera, disattendere puntualmente la minaccia. Io ho 32 anni, ed ho memoria di diversi episodi come quelli di sabato scorso a cui hanno fatto seguito sempre lo stesso tipo di dichiarazione, ma fatti, poi, pochi. Non è che fa comodo avere sui titoli dei giornali contenuti del genere che spostano attenzione su fatti di maggiore rilevanza che solleverebbero, sì, il vero sdegno?

Le soluzioni. Questo è la cosa che mi lascia più punti interrogativi. Magari anche perché non conosco bene la legislatura che regola determinate situazioni. In questi giorni, ho visto e sentito tanti interventi diversi, di politici, istituzioni sportive ed il coro era unanime: la violenza fa parte della società civile; essendo lo sport un microcosmo di essa, non si può pensare di sconfiggerla nello sport se non si affronta a livello sistemico. Io sono d'accordo con la prima parte me meno con la seconda. La violenza fa parte della società civile, ma va affrontata, in ogni contesto, con decisione e secondo il proprio potere. Che i vari responsabili si occupino di gestire il proprio ambito, utilizzando gli strumenti in proprio possesso, invece che appellarsi al "mal comune mezzo gaudio". Nel mio piccolo faccio una proposta, che deriva dalla mia esperienza professionale. Io sono un controller di una società di servizi; e da questo punto di osservazione, sto notando che un problema di tutte le aziende non è tanto il fatturato, quanto i crediti. Mi spiego meglio. Spesso le fatture spiccate non si riescono a trasformare facilmente in reddito perché i clienti non pagano e prima di riuscire ad ottenere il dovuto passano mesi, a volte anni. Basti pensare ai debiti dell'Amministrazione Pubblica. Prima le aziende fallivano perchè eccessivamente indebitate; ora il paradosso: falliscono perchè hanno troppi crediti non riscossi. In questi casi, una delle contromisure è il CRM (Customer Relationship Management), che, tra le altre cose, prevede una classifica di merito dei vari clienti, sotto diversi aspetti. Sulla base di questo, le aziende decidono autonomamente se fornire beni o erogare servizi ad un determinato cliente. La logica qual è? Preferisco rinunciare ad un (presunto) ricavo, se poi per incassare devo porre in atto una serie di azioni operative che hanno un costo eccessivo, che di fatto erode il mio margine. Nel calcio, non vedo il perchè, e mi piacerebbe veramente saperlo, non si possa applicare lo stesso principio. Basterebbe sviluppare un software di ticketing elettronico in cui, ogni volta che si procede all'acquisto, il tifoso fornisca il proprio codice fiscale. Con questo, incrociando i dati (esempio casellario giudiziario) la società saprebbe chi vuole comprare il biglietto e potrebbe, così, scegliere se fare entrare o meno le persone allo stadio. In settimana ho sentito dichiarazioni secondo cui, per fare ciò, bisognerebbe avere stadi di proprietà per gestire la sicurezza, piuttosto che la legge della privacy vieterebbe questo incrocio di dati. Beh, se fosse così sarebbe imbarazzante,  perchè riporterebbe di nuovo la questione nel contesto sbagliato. Non è una tematica legata allo sport, e quindi alle società private. E' tema di ordine pubblico. in questi episodi, le città vengono "violentate" e poi i costi per la bonifica vengono sostenuti della comunità. Non capisco: perchè se i soldi per riparare i danni sono pubblici, la prevenzione debba essere operata da soggetti privati? 

Un nuovo modello. La società evolve. Cambiano usi, costumi, comportamenti, scenari, leggi. Se tutti i protagonisti non si adeguano ai cambiamenti, è inevitabile che si resti indietro. Evidentemente il modello di business del calcio italiano è anacronistico. In questo senso, le best practice prevedono stadi di proprietà, gestione del merchandising, sfruttamento del settore commerciale, etc. In Italia questo non accade e non si fa nulla per poter nemmeno avvicinarsi ad un determinato modello. Come tutte le realtà, i modelli vanno poi modellati sulle caratteristiche del contesto a cui si applica. "Rifacciamoci al modello tedesco. No, meglio quello inglese. Lo spagnolo funziona, copiamolo!". Questi in sintesi i titoloni che spesso hanno spazio sui nostri quotidiani. Beh, su questo il mio commento è solo uno: i modelli, se adottati, vanno adottati integralmente e non solo in parte. Non va bene. Vi faccio un esempio: si parla spesso di modello inglese. Bene. E' storia recente l'acquisto del Leeds United, da parte dell Presidente del Cagliari, Sig. Massimo Cellino. In un primo momento, l'operazione era stata bloccata dalla Football Association in quanto il numero uno del club sardo non aveva superato il fit and proper person test, una sorta di esame per capire se un acquirente è idoneo, degno e credibile per entrare a far parte del loro sistema sportivo e di business. Le accuse dell'associazione calcistica inglese facevano riferimento a diverse traversie fiscali di cui Cellino si era reso protagonista. Per il momento, Cellino ha avuto la meglio, vincendo il ricorso, ma poco importa. Va sottolineata la credibilità del Sistema. Se un modello deve essere fondato su dei principi e dei valori, allora questi devono valere per tutti, a maggior ragione per il vertice. Questo è l'insegnamento che ne viene. Ecco. Le stesse persone che oggi invocano quel modello, sono le stesse, che se applicato integralmente, sarebbero le prime ad esserne estromesse. Un nuovo modello va bene, purchè sia credibile!

Il gioco dei perchè. Tutte queste argomentazioni portano ad un'unica domanda: perchè? O meglio, a diversi perchè, e più nello specifico:

  1. perchè si affrontano situazioni similari in modo difforme?
  2. perchè non si comincia a far seguire alle intenzioni, delle vere e proprie azioni?
  3. cui protest che fatti del genere facciano passare in secondo piano, per parte dell'opinione pubblica, altre questioni, di tutt'altra rilevanza e ricaduta sociale?
  4. perchè non si riforma il calcio integralmente, facendo una revisione totale di tutte le componenti in gioco?
  5. perchè i responsabili non pagano (quasi) mai?
Vi lascio con un evidenza,una provocazione ed un consiglio.

L'evidenza: l'industria calcio è una delle più fiorenti in Italia, ed assicura un indotto al nostro Erario di circa 1 miliardo di euro/anno, milione più, milione meno.

La provocazione: sarà forse questo il motivo per cui non si decide con fermezza di fare un passo indietro, fermarsi e ripartire in modo decisamente diverso? 

Business ed Etica, purtroppo, non vanno spesso nella stessa direzione, ma almeno risparmiateci la finta morale e degli spettacoli ridicoli come quelli che abbiamo assistito negli ultimi sette giorni.

Il consiglio: se vi capita, leggete il saggio "Etica ed Economia", del premio Nobel per l'economia (1998) indiano Amartya Sen. A me, ai tempi dell'università, ha aperto la mente e dato una prospettiva che ancora oggi fa parte del mio bagaglio. 





mercoledì 30 aprile 2014

Mezzemaniche al Kamut con carbonara vegetale e zenzero

Inutile dire quanto la carbonara sia parte del mio patrimonio culinario. Da buon romano, è uno dei piatti che spesso era presente sulla mia tavola. Ogni componente della mia famiglia ne faceva una versione personalizzata. Papà era il re della carbonara originale, (questa). Mia zia Anna metteva il formaggino nell'uovo al posto del pecorino, per renderla ancora più cremosa. Mamma, invece, è la protagonista di oggi. E' stata la persona che mi ha fatto conoscere ed apprezzare la versione light di questo confort food: la carbonara vegetale. Peculiarità è la presenza delle zucchine al posto del guanciale. Vincenzina utilizzava la zucchina classica; io mi sono "permesso" di modificare la sua ricetta utilizzando le più saporite zucchine romane, ed aggiungendo lo zenzero che conferisce quel tocco di acidità che sgrassa la bocca. Dal momento che dovevo proporre un piatto più leggero, allora ho agito anche sulla pasta: mezzemaniche al Kamut. A dire il vero la mia prima intenzione era di preparare della pasta fresca; poi, però, giustamente Vincenzina mi ha fatto notare che pasta all'uovo con un condimento a base di uovo non era proprio il massimo, quindi, dovendo ripiegare sulla pasta secca, ho deciso di optare per la leggerezza del kamut. Altra caratteristica light della carbonara vegetale è l'assenza di formaggio. Essendo light, il pecorino è off limits! La mia carbonara vegetale...






















Ingredienti per 4 persone:
  1. 500 g di mezzemaniche di Kamut;
  2. 5 zucchine romanesche;
  3. 5 uova;
  4. 1 cipolla;
  5. sale qb;
  6. peperoncino qb;
  7. zenzero qb;
  8. basilico qb.

La preparazione è veloce e semplice. In una padella fate soffriggere, a fuoco dolce, una cipolla. Una volta imbiondita aggiungete il peperoncino e le zucchine, tagliate a rondelle. Sempre a fuoco moderato portate a cottura le zucchine.

Ricordate: più sottili sono le rondelle e minor tempo ci vorrà per cuocere. Inoltre se sono tagliate piccole tenderanno a sciogliersi formando una cremina.

Quando le zucchine sono cotte, spegnete il fuoco, aggiungete del basilico fresco e coprite con un coperchio.

Sbattete le uova e salatele. Lessate, quindi, la pasta.

Scolate la pasta al dente ed unitela alle uova ed alle zucchine. Ora dovete scegliere. In teoria, nella carbonara, l'uovo non si cuoce sui fornelli, ma solo con il calore della pasta. Però, molti non osservano questo diktat, per via della viscosità dell'uovo. Fate vobis.

Impiattate e servite dopo aver grattugiato dello zenzero.

Buon Appetito.

lunedì 28 aprile 2014

Sport e razzismo: quando l'ironia vince sull'ignoranza

Il week-end sportivo appena concluso passerà alle cronache, oltre per la bellissima volata In Premier e nella Liga, anche per due episodi di razzismo: l'intercettazione della telefonata tra il patron dei Clippers (NBA), Donald Sterling, con la compagna  e la banana lanciata a Dani Alves, terzino colored brasiliano del Barcellona al Madrigal di Villareal.

Il numero uno del club losangelino, chiedeva alla compagna (messicana e latina) di non portare perone di colore alle partite dei Clippers, neanche Magic Jonhson (mito dei Lakers che tanto si è speso per la comunità nera a Los Angeles).

Ora, partendo dal presupposto che l'ignoranza è trasversale a tutte le categorie, faccio mie le parole del Presidente Obama, che a mio modo ha stigmatizzato nel modo migliore un episodio deprecabile quanto triste: "Quando gente ignorante vuole pubblicizzare la propria ignoranza non c'è molto che si possa fare, lasciali parlare".

Purtroppo l'educazione civica non fa il paio con il successo, anzi, spesso le due cose sono divergenti. E, come dice giustamente Obama, non si può combattere, non esiste un modo efficace per farlo, se non lasciarli al loro nanismo mentale.

Quello che, invece, mi ha spinto a scrivere queste poche righe è la reazione, geniale, di Dani Alves. 

76' della partita. 2-1 dei padroni di casa sul Barcellona. Proprio il brasiliano, con un suo spunto sulla fascia ha riaperto la partita. Calcio d'angolo per i catalani, una banana viene scagliata dai tifosi locali. 

Il brasiliano non fa una piega, raccoglie il frutto, lo sbuccia, ne mangia un pezzo e poi batte il calcio d'angolo. Quando l'ironia sconfigge l'ignoranza...grandissimo!

Per la cronaca...quasi per un destino perverso...il Barcellona riuscirà ad avere, poi, la meglio sui padroni di casa, grazie ancora ad un Dani Alves protagonista. 

Ecco il video...


mercoledì 23 aprile 2014

L'abbacchio al forno con la patate a modo mio...o magni o lascia perde

Se la pastiera non è radicata nelle nostre tradizioni familiari, l'abbacchio ar forno colle patate è un must di casa Clemente. E' questione di DNA. Anche perché, la mia famiglia ha orgini molisane; ed il Molise, con l'Abruzzo, sono le regioni che regnano in fatto di abbacchio/capretto e Co. Noi mangiamo l'abbacchio solo due volte l'anno: a Pasqua ed il giorno di ferragosto. Motivo, questo, per il quale, in queste occasioni deve essere perfetto e soprattutto...adda esse tanto! Sto giro me tocca! E come se dice a Roma: a chi tocca, nun se ingrugna! Come vi ho anticipato, quest'anno con grandissimo piacere ho ospitato mamma e papà ed il menù è stato agnellocentrico. Evitato antipasto pasquale, che nelle tradizioni capitoline prevede: coratella (interiora di agnello) con uova sode, pizza al formaggio di Terni e corallina (tipo di salame). Ecco...dopo tutta sta 'roba...nun se po pretenne d'ariva all'abbacchio con il dovuto spazio. Ergo: primo piatto semplice (orecchiette con le cime di rapa...nel rispetto delle tradizioni pugliesi del mio ammore) e poi abbacchio con le patate. Per chi sopravvive, pastiera per il colpo di grazia. Anche un piatto che potrebbe sembrare banale può prevedere delle finezze. Io vi svelo le mie...il mio abbacchio ar forno colle patate...



Ingredienti per 4 persone:
  1. 2 kg di coscio lungo di agnello bio;
  2. olio evo;
  3. rosmarino;
  4. alloro;
  5. chiodi di garofalo;
  6. aglio;
  7. patate a pasta gialla qb

Le attenzioni che presto per la preparazione del mio abbacchio sono due:
  1. olio aromatizzato alle erbe;
  2. cucinato separato delle patate.
Partiamo dall'olio. L'abbacchio è una carne abbastanza forte di sapore. E' necessario, quindi, poterlo aromatizzare con un olio che ne esalti il sapore. La mia soluzione è l'olio alle erbe di casa C&C.

Già in altre occasioni, vi ho raccontato di olii aromatizzati (al limone, al rosmarino, al peperoncino, etc). La differenza stavolta sta nella procedura. Non si lascia in immersione per circa 30 gg l'aroma con l'olio per poi filtrarlo. In questo caso si uniscono olio, aglio ed erbe in un pentolino e si fa andare sul fuoco più piccolo (quello del caffè per intenderci), al minimo, per circa un'ora. 

Questo procedimento permetterà agli oli essenziali delle erbe di dissiparsi nell'olio aromatizzandolo, senza, però, bruciare.

Dopo un'ora circa, spegnete e filtrate l'olio e fatelo raffreddare. Normalmente io lo preparo la sera prima.

Un paio di ore prima di informare l'abbacchio, massaggiate ogni singolo pezzo con questo olio e fate riposare direttamente nel tegame che utilizzerete. Questo per evitare la dispersione dell'olio.

Mentre l'agnello riposa, preparate le patate. Pelatele, tagliatele come preferite (io in queste due occasioni seguo la tradizione: a tocchetti) e fatele stare in ammollo per circa mezz'ora.

In questo tempo, le patate perderanno l'amido in eccesso e saranno croccanti al punto giusto in cottura.

Anche per le patate, utilizzate lo stesso olio. In entrambi i casi, se volete, potete aggiungere un ulteriore ramoscello di rosmarino in cottura.

Perchè cuocio le patate separatamente dall'abbacchio? Semplice. Perchè hanno cotture e tecniche diverse. Le patate devono essere croccanti e sbruciacchiate, quindi richiedono una cottura che preveda alte temperature e l'uso del ventilato.L'abbacchio, invece, deve sì essere ben cotto all'esterno, ma all'interno deve rimanere umido e non secco. Il ventilato, quindi, è bandito e, soprattutto, ha tempi molto diversi. Infine perchè se fossero cotti insieme, il succo della carne finirebbe immancabilmente sulle patate, ammorbidendole e non rendendole croccanti. E questo non è cosa buona. 

L'abbacchio e le patate, perciò, condivideranno solo il piatto, stop!

Iniziate con le patate che richiedono tempi lunghi. Infornatele a 180° a forno statico, girandole di tanto in tanto. Quando vedete che sono abbastanza morbide e cotte al cuore, allora quello è il momento di alzare la teglie, mettere forno ventilato e fare andare fino a formare la crosticina. Volendo, potete aiutarvi con il grill.

Capitolo abbacchio: iniziate con una cottura molto forte: 250° (ventilato). Una volta che la carne sarà rosolata da ogni lato, abbassate a 200° e portate a cottura.




Servite caldo, tiratevi sù le maniche, mani calde e...buon Appetito.


lunedì 21 aprile 2014

La pastiera agli agrumi del Panda "mariuolo"

A casa Clemente, non c'è Pasqua senza pastiera; nonostante nessuno di noi abbia origini campane. E' il dolce preferito di mamma, quindi, deve esserci. Dal momento che quest'anno i miei genitori sono ospiti a casa Clemè&Calabrè, non potevo esimermi dal prepararla. Non essendo abitudine familiare prepararla, però, non sapevo da dove cominciare. Primo problema, quello fondamentale: la ricetta. Mi sono detto: "non ho la ricetta, e non voglio cercarla in rete; però ho molti colleghi partenopei". Ecco la soluzione: chiedo a qualcuno. Tra tutti, però, solo una versione ha avuto la meglio: quella della mia collega Daniela. Napoletana doc, con la passione per la cucina (soprattutto per la fase finale: mangiare) e con una mamma ottima cuoca. Perfetto! Problema risolto. Dalla fonte della mia ricetta, deriva anche il titolo "mariuolo", visto che Daniela ha un cognome "particolare", che, abbinato con la provenienza, è oggetto di scherzo da parte mia. Tornando alla pastiera, ho fatto solo qualche personalizzazione dovuta al gusto personale, ma devo dire che la mamma di Daniela, d'ora in poi... sarà la mia fornitrice ufficiali di ricette napoletane. Molti mi dicevano che fosse una preparazione laboriosa e lunga. Devo dire, invece, che - grazie all'aiuto della fidata amica Cesira - me la sono cavata abbastanza velocemente. Facendo a Voi tutti, tanti cari auguri per una serena pasquetta, ecco la mia pastiera agli agrumi...




Ingredienti:

per la pasta frolla:
  1. 300 g di farina 0;
  2. 125 g di burro;
  3. 175 g di zucchero a velo;
  4. 1 cucchiaino di sale;
  5. 2 tuorli;
  6. 1 uovo intero
per la farcia:
  1. 500 g di ricotta di pecora;
  2. 350 g di zucchero;
  3. 1 kg di grano già lesso;
  4. 4 uova intere;
  5. 4 tuorli;
  6. 1 confezione di cedro candito (mia aggiunta);
  7. 1 confezione di arancia candita (mia aggiunta);
  8. zeste di 1 limone;
  9. 200 ml di latte intero;
  10. 30 g burro (la ricetta prevedeva margarina);
  11. 2 bottigliette di aroma di limone (ricetta prevedeva millefiori);
  12. cannella (io non l'ho utilizzata);
  13. liquore strega (io non l'ho utilizzato)

Per la pasta frolla, seguite questo procedimento

Ho letto in questi giorni e voglio condividere con voi una sorta di formula sulla pasta frolla:

PESO FARINA = PESO ZUCCHERO + PESO BURRO

Partendo, quindi, dal corretto rapporto uova, farina, potete variare il peso degli altri ingredienti, sempre, però, rispettando questa formula.

Tenete a mente che il burro  dona friabilità alla frolla, mentre lo zucchero conferisce elasticità al tutto.




Una volta arrivati alla palla di impasto (1), avvolgete con pellicola e fate riposare in frigo per qualche ora. Io di solito la preparo il giorno prima.

Preparazione farcia. La farcia della pastiera prevede due preparazioni diverse: la crema di grano e la ricotta. Dal momento che la prima dovrà avere un periodo di riposo/raffreddamento, partite da quella.

In un pentolino, versate il grano con il latte, il burro e la zeste di limone, che vi consiglio di lasciare intere, dal momento che poi andranno eliminate. A fuoco dolce, portate ad ebollizione e fate andare (io ho impiegato circa 15 min) sino a che il tutto non si trasfomi in una crema. Girate spesso, se non volete passare del tempo a grattare la pentola. Si attacca con estrema facilità. 

Una volta ottenuta la crema, per eliminare le bucce del grano, passate tutto con il passaverdure (avendo cura di togliere le bucce di limone) e fate raffreddare.

Mentre il grano raffredda, preparate la ricotta. La procedura è simile a quella della farcia dei cannoli siciliani. Setacciate la ricotta ed unitela allo zucchero ed ai canditi, già pronti nella ciotola del robot. Azionate con frusta K (preferibilmente con un lato di silicone, che fungerà da Marisa), e fate mescolare sino a che non vedrete che la crema di ricotta sarà ben liscia.

Nel frattempo, il grano di sarà raffreddato. Potete, quindi, unirlo alla crema di ricotta ed alle uova e tuorli, precedentemente battuti. Sempre a velocità moderata, con la frusta K, mixate il tutto fino ad assorbimento delle uova. Ora la vostra farcia è pronta. Tocca alla base di frolla.

Prendete la palla di impasto (tirato fuori dal frigo con almeno 2-3 ore di anticipo) e stendetela dell'altezza di 5 mm. Con una forma più grande della teglia (per ricavare i bordi) (2), tagliate il vostro disco e, con l'aiuto del mattarello, stendetelo all'interno dello stampo.

Versate la farcia al suo interno ed accendete il forno. Mentre il forno arriva a temperatura, con la frolla avanzate, preparate le strisce da mettere sopra la pastiera (3). Quindi, applicatele (4). Se volete, potete spennellarle con l'uovo rimasto nel recipiente dove lo avete battuto.

Il più è fatto, ora dovete cuocere. Infornate la pastiera a 180°/200°, ventilato, per circa un'ora. Come sempre, regolatevi con il vostro forno. La prova dello stecchino, in questo caso, è molto utile.

Noterete che la superficie scurirà e si gonfierà leggermente. A forno spento, poi, si assesterà.

Fate riposare qualche ora. Normalmente la pastiera si prepara uno o due giorni prima, per far amalgamare tutti i sapori.

Spolverizzate di zucchero a velo prima di servire.






Buon Appetito


lunedì 14 aprile 2014

Pappardelle al sugo di cinghiale...un primo da neopatentati

La mia passione per la cucina nasce dall' infanzia. Sono cresciuto in una famiglia felice; e non parlo solo della mia famiglia di origine, quanto, piuttosto, di un contesto allargato, che comprendeva anche i nonni. Tutti i maschi della famiglia Clemente hanno sempre cucinato. Ed anche bene. La pasta fresca era, però, un must di nonno Giovanni. La preparava il sabato, mi telefonava ed io, da nipote ubbidiente, la domenica ero seduto alla sua sinistra, come da tradizione. Crescendo, poi, ed iniziando ad uscire con gli amici, capitava spesso di passare le nostre serate a cena fuori. Soprattutto quando, ormai maggiorenni e neopatentati, potevamo spostarci con maggiore facilità. Il vincolo più grande, però, era un altro: la disponibilità economica. Così, tra l'ultimo anno di scuole superiori e la laurea, uno delle destinazioni maggiormente di moda era Ariccia. Agli abitanti fuori dal raccordo dirà poco. Trattasi di una ridente cittadina sui castelli romani, a meno di 5 km da Castel Gandolfo, dove il papa benemerito Benedetto XVI sta trascorrendo la sua "pensione" da Vescovo di Roma. Questa località è famosa per una caratteristica ben precisa: le fraschette, ovvero Osterie tipicamente romane. Il nome ha origini antichissime. Affonda le radici, infatti, nel Medioevo, quando i cacciatori spesso trovavano ristoro in osterie di Frascata (odierna Frascati). In questi luoghi si trovavano e si trovavano ancora, piatti tipici romani, ma anche di cacciagione. Luoghi spartani ma di cucina genuina, per di più a conduzione familiare. Il menù tipico è composto da antipasti misti (salsicce secche, coppiette, salumi), pappardelle al cinghiale e l'immancabile porchetta con pane dei castelli e romanella, un vino rosso leggero e frizzante che annava giù dar gargarozzo (la gola) che era na bellezza. Ecco, per terminare la definizione di questo contesto mancano due cose. Primo: nelle fraschette c'è una tradizione. Il padrone, di solito cacciatore panciuto dall'immancabile pantalone camouflage e pile verde militare (in ogni stagione), a turno, per tastare con mano la customer satisfaction, ama unirsi ai vari convivi per qualche minuto. Nella nostra fraschetta di riferimento, il gestore/cacciatore era un uomo veramente truce e rude, tanto che con i miei amici avevamo sempre il dubbio sulle modalità di cattura del cinghiale: tradizionale fucile da caccia oppure, ed io puntavo sempre forte su questa tesi, soffocamento. Ultima cosa per farvi rivivere l'atmosfera che vivevamo noi 15 anni fa era una tipica canzone romana, eccola nella versione del reuccio della canzone, Claudio Villa. La settimana scorsa, la mia collega Giulia mi ha regalato 6 uova che mi ero ripromesso di impiegare in pasta fresca. Il giorno dopo, poi, nella mia macelleria di fiducia ho visto una bella polpa di cinghiale ed ho subito deciso di riproporre le pappardelle, per rivivere quelle emozioni e per condividere con voi tutti una delle tradizioni più antiche della mia regione perché credo che l'Italia sia e debba essere unica (capito venetiiii e leghisti) ma che l'unicità non debba essere coniugata come univocità, quanto invece come il minimo comun denominatore di un sottostante di tradizioni, usi e costumi che costituiscano la vera ricchezza del nostro Paese. Per tutti questi motivi, ecco le mie Pappardelle al Cinghiale.
























Ingredienti per 4 persone:

  1. 600 g di semola di grano duro;
  2. 90 g tuorlo (nel mio caso 6);
  3. 360 g di uova intere (nel mio caso 6);
  4. 370 g polpa di prosciutto di cinghiale;
  5. 1,4 l di passata di pomodoro;
  6. olio qb;
  7. sale qb


Per la ricetta di oggi ho introdotto alcune innovazioni, rispetto ad ingredienti ed alla preparazione della pasta fresca.

Prima innovazione. Approfondendo il tema della pasta fresca, ho letto e sentito che in base al formato, va prediletto un tipo di farina e di uovo (intero/solo tuorlo).

Il tuorlo dona maggior sapore e setosità alla pasta, mentre l'albume conferisce elasticità. Per formati ripieni è meglio impiegare farina di grano tenero (tipo 0) e uova intere, mentre per la pasta lunga è meglio il grano duro (semola) ed un mix di tuorli (la maggioranza) e uova intere.

Ovviamente, all'interno di questi macro-insiemi, tutte le intersezioni sono possibili. Perchè ragazzi, non smetterò mai di ripeterlo: bisogna provare fino ad arrivare alla propria versione soddisfazione. Ed una volta raggiunta, continuare perchè si può sempre migliorare.

La mia scelta per le pappardelle è stata di partire dalle uova, tutte e sei. Faccio una pasta lunga quindi ho bisogno di elasticità perchè non si rompa, ma anche di gusto, visto il condimento, ergo: 3 tuorli e 3 uova intere. 

Non è importante il numero di uova, soprattutto ora che ne esistono diversi formati. Il mio consiglio è di fare diverse prove, pesando ogni volta tuorli e uova intere, di sbatterli e, quando avrete raggiunto il vostro optimum di prenderlo come riferimento e di ragionare in % di peso rispetto alla farina. Esempio: se utilizzate 3 tuorli per un totale di 100 g su 200 g di farina di semola, allora la vostra indicazione sarà di indicare il peso delle uova come 50% rispetto alla farina. Vi aiuterà a confrontare le ricette.

Quanta farina? Ecco la seconda innovazione: "quanta se ne prende", diceva mia nonna. Secondo le regole tradizionali sarebbero 600 g. Ma anche su questo tema, dipende dalla capacità di assorbimento della farina utilizzata, quindi dovete regolarvi sulla consistenza. Io ho utilizzato tutta farina di semola rimacinate ed ho proceduto con l'impastatrice.



Procedimento. Sbattete uova e tuorli ed uniteli nella bowl dell'impastrice insieme a parte della farina. Azionate con il gancio a foglia e continuate, senza fermare, ad inserire farina. Quando il composto avrà raggiungo una consistenza tale da iniziare a staccarsi dalle pareti, fermatevi e cambiate il gancio con quello ad uncino. Aumentate la velocità (mai molto sostenuta) ed inserite farina sino a raggiungere la consistenza desiderate. 

L'impasto perfetto deve essere elastica al punto da poter tornare subito alla forma originale, se esercitate una leggere pressione con l'indice sulla palla di impasto. 

Terminate sempre con un passaggio sulla spianatoia con poca farina (1), tolta dalla q.ta totale prevista inizialmente. Il legno/marmo donerà la porosità giusta alla pasta che vi aiuterà a "catturare" il condimento. Dopo di che, pellicola e frigo per riposare. Tempo: 1-3 ore.

Il riposo serve a far rilassare l'impasto ed a dar tempo alla maglia glutinica di formarsi. A che serve vi chiederete? Facile. Solo in questo modo, potrete sfogliare la vostra pasta sottilissssssssssssssssssssssima.

Nel frattempo preparate il sugo. Io vi consiglio di marinare la carne prima di cuocerla. In una ciotola, mettete la polpa di cinghiale tagliata a bocconcini molto piccolo e coprite con vino rosso leggero (stile romanella), qualche foglia di alloro e chiodi di garofalo. Potete ovviamente utilizzare gli aromi che preferite.

Dopo qualche ora (6-8), preparate il sugo (magari la sera prima), così avrà il tempo di insaporirsi. Scolate la carne dal vino e tamponatela con carta assorbente. In una pentola di coccio fate soffriggere in abbondante olio (nelle fraschette l'olio non fa difetto e per questo tipo di pasta non deve mancare) una cipolla tritata sottilmente. Una volta imbiondita, aggiungete il cinghiale e fate rosolare a fuoco vivace. Dopo di che, abbassate il fuoco al minimo, aggiungete la passata di pomodoro e fate cuocere al minimo per circa 3 ore. Il sugo, in questo tempo, si ridurrà, cuocendo e rendendo tenerissima la carne, ed, al contempo, assumendo il sapore, molto meno selvatico e sicuramente più delicato, del cinghiale. Dopo 3 ore, spegnete il fuoco e spostate la pentola dal fornello utilizzato, per evitare che il calore continui a cuocere eccessivamente il vostro sugo. Considerate che il coccio dissipa il calore in modo molto lento, quindi il sugo continuerà a cuocere per qualche minuto ancora dopo aver spento il fuoco.

Tornate alla pasta. Riprendete il vostro impasto, tagliatelo a fette spesse (2) e sfogliatelo, come da solita procedura, sino ad ottenere delle sfoglie omogenee (3). Per lo spessore è una vostra scelta. Se le volete più rustiche, lasciatele più spesse, in caso contrario ottenetele più sottili. Io, in questo caso, propendo per la seconda opzione.

Una volta che avrete dinanzi a voi tutte le sfoglie, cercate, il più possibile, di omogeneizzarle in lunghezza, tagliando le parti eccedenti.

Le pappardelle io le taglio a mano, quindi, spargete un filo di farina sulla sfoglia ed arrotolatela ottenendo un "rotolino" dell'altezza di 4 cm (4-5). Con un coltello, in modo deciso, fate dei tagli delle larghezza di 2 cm. Vedrete crearsi tra le vostre mani le pappardelle. Non fatene una malattia. Se vengono un pò diverse, essendo fatta in casa, è una caratteristica non un difetto.

Per evitare che la vostra pasta possa asciugarsi e rompersi, utilizzate uno stendino (6) per pasta; così da non avere sovrapposizione tra pappardelle. Ecco il mio, regalo del mio ammore.



Cuocete, per pochi minuti, le pappardelle in una capiente pentola di acqua salata (con un filo di olio); scolatela, conditela con il sugo, spolverate (se volete) di pecorino, impiattate e gustate.

Da bere? Non ve lo devo nemmeno dire: romanella.

Buon Appetito


lunedì 7 aprile 2014

Ravioli con ripieno di burrata e "ragù" di pomodorini confit

In questi ultime settimane, il tempo, a Roma, è ballerino; ancora non si stabilizza. Alterna giornate di caldo primaverile, con altre, caratterizzate da cielo plumbeo, decisamente più freddine; non disdegnando neanche qualche pioggia. Motivo, quest'ultimo, per il quale la mia macchina ed il mio terrazzo, gridano - decisamente - vendetta. Sono i week-end in cui a casa Clemè&Calabrè si comincia a fare il famigerato, quanto temuto, cambio di stagione. La settimana scorsa primo step: lo sgabuzzino ed il cambio scarpe. Il fine settimana appena trscorso, però, abbiamo preso una pausa, avendo impegni istituzionali ed una cena di piacere con amici conosciuti nel nostro viaggio a New York. Essendo liberi da fatiche, avevo pianificato di fare la pasta fresca, ma ero indeciso: pasta ripiena o pappardelle al sugo di cinghiale? Dopo qualche momento di riflessione, ho deciso. Per prima cosa, chiamo il mio macellaio di fiducia. Vediamo, intanto, se la materia prima è disponibile. Mai decisione fu più illuminata. Il cinghiale era finito; e con esso, le alternative per il pranzo domenicale. Che pasta ripiena sia! In settimana un collega mi aveva detto che a cena con la compagna aveva mangiato dei ravioli ripieni di burrata. Bella idea! Proviamo. Si, ma come condirli? Pesto? Nooooo...rischiavo di appesantire troppo il piatto. Classico burro e salvia? No, un altro derivato dal latte non era un buon abbinamento. Ci vuole un classico. Al mercato, dopo aver comprato la burrata, vagavo con un punto interrogativo in testa (che brutta scena, lo so!) per scegliere un condimento adatto. Quasi sfiduciato e vicino l'uscita, finalmente la soluzione: vedo un grappolo di pomodorini rossi e dolci. Eccoli...I want you! Pensai in perfetto stile "Zio Sem". E subito dopo, potere dell'ozio creativo, ebbi anche l'intuizione per la preparazione. Li faccio confit...era tutto definito...toccavo solo prepararli...ma quello era un appuntamento della domenica mattina. Ecco i miei ravioli con burrata e pomodori confit...
























Ingredienti per 4 persone:
  1. 500 g di farina di semola;
  2. 4 uova;
  3. olio evo qb;
  4. acqua qb;
  5. 700 g di burrata;
  6. 400 g di pomodorini;
  7. oringano qb;
  8. latte qb;
  9. sale qb;
  10. pepe qb

La prima operazione, visto che la cottura è molto lunga, è la preparazione dei pomodorini. Lavate, asciugate e mondate i pomodorini. Tagliateli a metà (o in quattro parti se sono troppo grandi) e disponeteli su una teglia da forno. Cospargeteli con origano, sale, pepe, ed abbondante olio. Infornate a 100° ventilati per circa 3 ore.

Questo tipo di cottura, renderà i vostri pomodori dolcissimi (a proposito, se sono tendenzialmente aciduli, aggiungete un pizzico di zucchero) disidratandoli dolcemente.

Mentre i pomodori cuociono, pensate alla pasta.






















Con l'aiuto di un robot da cucina, seguendo questa ricetta, ottenete la vostra palla di impasto (1), che metterete a riposare in frigo, avvolta nella pellicola per circa un'ora. 

Trascorso il tempo di riposo, in cui la pasta si rilassa, dopo lo strapazzamento della macchina, ottenete, in primis, quelle che io chiamo "le pizzette di impasto" (2), ovvero dei semilavorati da passare alla sfogliatrice fino ad ottenere le sfoglie del giusto spessore. In questo caso io consiglio uno spessore medio: nella scale della mia macchina della pasta (1-6, io ho scelto uno spessore 3).

Ora la farcia. Tagliate grossolanamente la burrata e trasferitela nel bicchiere del frullatore con sale, pepe, e qualsiasi aroma preferiate. Iniziate a frullare. Per non scaldare troppo le lame del frullatore scegliete la funzione pulse

Quando vedete che la burrata è ormai omogenea, aprite il frullatore e vedete la consistenza; se troppo densa, allungate con un goccio di latte. Mi raccomando poco, se l'allungate troppo sarà irreversibile la densità della vostra farcia.

Una volta raggiunta la consistenza desiderata, con una sacca a poche (o con un cucchiaino) create, sulla sfoglia, dei mucchietti di burrata; ad intervalli, più o meno, regolari (3).

Chiusura dei ravioli. Avete due alternative per questa operazione. Prima opzione: distribuite la burrata al centro della sfoglia e poi ne sovrapponete un altra per creare il vostro raviolo (4). Secondo strada: posizionate la farcia più vicino ad uno dei due bordi esterni e chiudete con il bordo opposto (5). 

In entrambi i casi dovrete prestare attenzione alla chiusura ed il risultato sarà buono. Scegliete come preferite; nel primo caso, però, avrete un maggior sfrido di pasta.

Con un coppapasta del diametro adeguato, create i ravioli. Una volta che avrete i dischi di fronte a voi, dovete preoccuparvi di siggilare i bordi e fare uscire eventuale aria dall'interno del raviolo, pensa l'apertura in cottura.

Con le dita, partite dal centro del raviolo, ai bordi del ripieno e praticando una leggera pressione, otterrete un duplice effetto: farete uscire l'aria e siggillerete i bordi. Ripassate ogni raviolo.

Cottura: calate i ravioli (6) in un'ampia pentola di acqua salata, per non più di 2-3 minuti. Nel frattempo, trasferite i pomodori, ormai pronti, in una padella. Scolate, delicatamente, i ravioli (senza scolapasta, consiglio uso schiumatoia) e fateli saltare con il condimento, quindi impiattate e guarnite con una fogliolina di basilico.



Ne risulterà un gusto molto delicato. Se volete osare, potrete aggiungere al ripieno di burrata un formaggio grattugiato saporito.

Abbinate ad un buon vino rosato...Buon Appetito

Con questa ricetta, partecipo al Contest "Pasta che ti passa...impastiamo la crisi" della mia amica Sandra e di Gaia...